Lascia andare.

Ho questa sensazione che mi fa sentire come se mi provassi di qualcosa, di uscire, del cibo, del fumare. A volte mi privo anche semplicemente di sentirmi bene, tipo non mettendomi lo smalto come sto facendo da mesi, o non sistemarmi per bene i capelli, o cercare di nascondermi, io e i kg, sotto altri kg di vestiti appesantendomi ancora e cercando inutilmente di mimetizzarmi, forse anche di abbruttirmi.

Ho bisogno di alleggerirmi.

Alleggerirmi da quelle situazioni che mi porto dietro da tanto, ormai troppo, tempo.

Alleggerirmi dall’obbligo che sento verso alcune persone che non è che siano negative, questo no, ma che nemmeno mi fanno bene. E poi che brutto sentirsi in obbligo del vedersi/sentirsi/parlarsi/qualsiasicosa con chi non ti va.

Alleggerirmi da quei pensieri che continuano ad essere nella mia testa o almeno farci pace.  Non è sempre tutta colpa mia. E meno male.

Alleggerirmi anche dei kg di troppo, che ora mi pesano il doppio.

Chiarire certe situazioni e non avere paura di far valere i miei diritti. Mi sono spesso sentita in dovere ma mai in diritto di meritarmi qualcosa di bello, figurariamoci! 

E mettere dei punti. Definitivi. Che non mi ci facciano ritornare sopra e che nemmeno permettano agli altri di ritornarci su. Definire e chiudere.

E lasciare andare. Non aggrapparsi, non ostinarsi, non incaponirsi inutilmente ma LASCIARE ANDARE.

(Ho voglia piangere ma dal ridere, di vedermi di nuovo carina e sentirmi bene, di non vergognarmi, di stare bene, di non sentirmi più in colpa, di pensare che anche io posso smettere di arrancare e che starò meglio su tutti i fronti.)

2017.01.01

Caro 2017,
io cercherò di fare del mio meglio ma pure tu cerca di comportarti bene, o almeno di essere un po’ più clemente, ho bisogno, un minimo, di essere assecondata.
Poi, ovviamente, sta a me dovermi impegnare, per il mio bene, per stare bene.
E ancora non lo faccio, non lo faccio abbastanza.
La verità è che non mi piaccio, dentro e soprattutto fuori.
Devo volermi più bene.
Devo correre di più. Meglio tornare a correre.
Devo fumare meno. Meglio non fumare.
Devo mangiare meglio. Meno e meglio.
Devo risparmiare, per le emergenze, ma anche perché voglio avere la possibilità di pensare anche solo a poter fare una vacanza. E se non fosse una vacanza almeno un weekend fuori.
Voglio essere felice. O almeno, voglio essere più felice di ora.

Alla fine era praticamente questo il mio “proposito” per il 2016, che vale soprattutto per questo 2017 appena arrivato, visto che l anno scorso ho lavorato per auto sabotarmi e non mi sono impegnata per nulla, lo ammetto.
Ho fallito su tutti i fronti, e la consapevolezza di averlo fatto non aiuta in nulla. Ora posso solo raccogliere i cocci rimasti e riprovare.
Soprattutto devo smettere di avere paura di avere degli obiettivi, paura di provare, di impegnarmi, paura di riuscire.

Smettere di avere paura.

Paolo.

Di te mi ricorderò sempre della cotta che ho un po’ sempre avuto. Di come mi sembrava di arrossire (perché non arrossisco mai) ogni volta che anche a distanza di decenni ti incrociavo e ci si salutava. Dei tuoi grandi sorrisi che hai sempre dispensato a tutti anche quando la vita già non ti era molto favorevole.

Della batteria che hai sempre suonato e che mi ha fatto sempre avere un debole per i batteristi. Della tua passione per i Police anche quando ero troppo piccola io per ascoltarli a modo.

E ce l’ho sempre, sempre davanti agli occhi e anche nel cuore, quella foto che ci fecero ed io avrò avrò avuto meno di 10 anni e tu con la tua decina di anni in più mi tenevi in braccio ed io avevo il broncio che mi avevano sgridato per chissà cosa di sicuro.

Ecco. Oggi ti saluto anche io, Paolo. Anche se non sono lì ti abbraccio forte come non ho mai potuto e non ti dimenticherò mai.

Consuelo.

Potrei raccontate di quando sono stata a pranzo da sola, al Sushi, e che mi è piaciuto nonostante a mio agio non mi sentissi, ma magari un’altra volta. Oppure di quando mi hanno investita, io pedone sulle strisce pedonali, e che non sono nemmeno voluta andare al pronto soccorso che mi sentivo io stupida e in torto. O della caldaia da cambiare. O dello sciacquone che fa le bizze e che non so ancora se l’ho sistemato da sola e allora viva viva il DNA che il mio babbo è di sicuro colui a cui si sono ispirati per MacGyver. O del dentista da cercare e da fissare che diciamoci la verità, budget a parte chi ha voglia, se non per necessità (ecco…) di andare dal dentista?E della DeeJay Ten? Di questa ne parlerò sicuramente a breve, del mio ammorbare tutti e del non riuscire a correrla tutta (top of the flop, cit. di Vita Su Marte), vabbè.

Invece vorrei parlare del 17 maggio,di quando hanno creato un gruppo delle medie sulla chat di facebook, e che io ho subito pensato “eccheppalle ora mi propinano il solito invito alla cena delle medie ma tanto non ci vo, figuriamoci che sono grulla?” e che invece mi comunicavano la morte di una nostra ex compagna di classe, Consuelo, e di quanto ho pianto (ma va?).
Consuelo l’ho conosciuta in prima media, siamo state anche vicine di banco e mi posso permettere di dire che con M. è stata una delle mie più care amiche con cui ho legato subito in quel periodo. Forse perché noi tre non eravamo nel gruppetto di quelle ganze o fighe, anzi, eravamo anche piuttosto sfigate.
A Consuelo e M. riferii della mia cotta per A., e chi non aveva una cotta per A. nella mia classe? E al contrario di quello che mi potevo aspettare non mi hanno mai sfottuta né “tradita”. Con Consuelo ci si suggeriva abbestia, nei compiti in classe, si raggiungeva il minimo richiesto sempre e matematica era il nostro tallone di Achille ma grazie a M. un pochino l’abbiamo sempre sfangata. La mamma di Consuelo è stata l’unica con cui la mia ai colloqui si sia mai soffermata a chiacchierare, con cui si sentiva a suo agio e il suo non sentirsi mai al posto giusto e a dire o anche solo pensare le cose “giuste” di sempre (dai? E da chi avrò mai preso io? DNA n.d.r.) passava in secondo piano perché erano simili, due persone semplici nel significato più bello del termine, e allora chiacchieravano lamentandosi anche delle proprie figlie e della poca voglia di studiare che tra le altre cose ci accomunava.
Poi come spesso accade ci si perde di vista, ci si trasferisce, magari si mette su famiglia o magari no. Non ho più saputo nulla di lei fino a martedì. Eppure senza saperlo non ci siamo allontanate chissà quanto nonostante gli anni e nonostante il mio trasferimento e le scelte di entrambe.
Consuelo era da qualche anno la compagna di A., il nipote dei vicini di casa dei miei che ho praticamente visto crescere e nascere in quanto quasi coetaneo di mio fratello. A. è il figlio di P., di cui io avevo una cotta mostruosa da piccola e che ho confessato alla vicina solo un anno fa, credo.
Chissà negli ultimi anni Consuelo a quante “feste comandate” ha partecipato aldilà di quella ringhiera che anche ora per andare a prendere il caffè da loro scavalco ed ho sempre scavalcato per gioco da piccola come fosse un passaggio riservato per me e chissà quante volte avrei potuta vederla e invece ci siamo scansate magari per poco.

Consuelo è stata dichiarata morta il giorno 18 maggio 2016, ha avuto un aneurisma la settimana prima, seguito da varie ischemie che non le hanno lasciato alcuna possibilità. Ieri hanno fatto l’espianto degli organi, per dare la possibilità ad altre persone di vivere anche se a lei la possibilità l’hanno tolta.

E nuovamente sono a ripensare che spesso la vita (anche se non sempre, ovvio) è una merda, che non ti dovrebbe venire un’aneurisma a 38 anni.
Che oltre alla vita anche tanta gente è una merda totale, che le compagne di classe hanno chiesto se Consuelo avesse dei figli, come se averli avrebbe reso la situazione più tragica rispetto al non averne…
Che è una merda perché P., il babbo di A. di cui sopra, ha un tumore al cervello e che nonostante sia già stato operato più volte non ne esce fuori.
Che è una merda totale quando scopri che a M., l’insegnante di pilates di mia sorella, hanno diagnosticato cancro al seno e sembra non essere nemmeno operabile.
Che è una merda quando la collega S. viene chiamata a lavoro perché le hanno ricoverato nuovamente il babbo per disfunzioni cardiache e che lo hanno messo in lista d’attesa per un trapianto.
Che, occhei, sono “solo” alcune cose assolutamente non prevedibili e che non guardano in faccia nessuno ma che pesano e non ci tiri fuori il capo quando cominci a pensarci.

Che però magari è ora di andare a dormire anche se ti sembra un incubo da cui non ti svegli la maggior parte dei pensieri che ti fai e soprattutto quelli che ti fai di notte.

Del vento e di Febbrarzo.

Ci sono certi giorni che iniziano abbastanza bene e poi per un nonnulla (ma si può scrivere nonnulla?) si trasformano più volte, che i cambiamenti di umore sono veramente troppo rapidi per poterci stare dietro, oppure la PMS che incombe.
Sono giorni di pioggia e di folate di vento che cambiano direzione troppo velocemente per poterli assecondare. Giorni di acqua scansata, di vento contro e a volte, per fortuna, di vento a favore.
Di febbraio non mi ricordo già granché.
Il concerto dei Subsonica al Viper e il panino con la cotoletta al baracchino prima di entrare. Un paio di aperitivi al mio circolino preferito.
Le birre prese al volo da un Apu in Porta Romana e bevute in piedi mentre cominciava a piovere.
I tacchi alti alla riunione di lavoro e lo spritz con le colleghe prima di ripartire da Milano. La birra in Santa Maria Novella la sera stessa con i tacchi in borsa e le scarpe di scorta (sante sempre), la passeggiata fino a casa.
Ho fatto dei biscotti, al cocco. Ho fatto anche una torta. E più volte la pasta per la pizza fatta in casa (anche se nelle ultime settimane non l’ho più fatta). Tutte ciccionate, insomma. Ma tutte cose a prova di bionda per la loro facilità, che io e la cucina non siamo spiriti affini, si sa.
Ho bevuto lo spritz a letto e dormito senza mutande.
Ho corso poco, pochissimo, quasi per nulla. Il meteo mica mi ha invogliato e il freddo mi ha fatto passare la voglia.
Ho litigato, con l’amica S., forte, a tratti fortissimo. Ho aspettato un invito che non è arrivato e ci sono rimasta un po’ male, quindi ho cambiato i biglietti del treno per altre destinazioni.
Sono stata a pranzo con l’amica D., e lo rifarò a breve.
Ho, a settimane alterne, preso il caffè e/o fatto colazione con l’amica C..
Sono stata al cinema, e all’inizio credo di essere stata la sola in sala a non aver riso, nel secondo tempo invece il film mi è piaciuto di più (Deadpool). Sono una rompi coglioni, lo so.
E nel frattempo febbraio si è fuso con Marzo, quasi come fosse stato un Febbrarzo, come un mese unico.
Sono stata a trovare amici. Ho fatto merenda in entrambe i casi, nel primo parlando di diete (no comment), nel secondo accompagnando il plumcake con la birra (M. “No, Luisa, una birra a testa per cominciare che da te non accetto di smezzarne una in due”) e a fine pomeriggio, biascicando ma sapendo quel che dicevo, mi sono anche offerta di fare la baby sitter (io, sì, vabbeh, poco credibile).
Sono stata ad un paio di pranzi con altri amici. Ho mangiato una schiacciata buonissima e bevuto birra (sì, occhei, la dieta…).
Ho bucato una gomma a Caterina e non me la sono presa più di tanto, stavolta sono stata io, non un gesto di cattiveria gratuita.
Ho perso i guanti, credo, non li trovo più e mi dispiace perché erano di Muji. E meno male ho quelli che mi hanno regalato per correre che se anche fanno passare l’aria diaccia, in bici, almeno un pochino riparano.
Da un iMac ho ricavato un Macbook, almeno me lo porto a letto o dove sia possibile raggiungere un wifi.
Mi è venuto più volte da piangere perché mi hanno fatto sentire in colpa, e in alcuni casi poteva starci, in altri no, non me lo meritavo. Ho pensato che da settembre abito qui e ancora non è venuto né fratello fallacelo, né sorella (adorata, lei sì), né mamma e/o babbo. Mi sono rattristata. Mi sono rattristata anche oggi che per quanto mia mamma mi dica, al termine delle telefonate “Ti penso sempre, Luisa”, alla fine se non la chiamo io lei quasi mai e se aspetto lei passano giorni su giorni.
Ho avuto clienti molto cafoni, alcuni persino offensivi. Per fortuna altri invece più educati e comprensivi del lavoro un po’ di merda e che quando mi hanno salutata si sentiva che sorridevano al telefono. Io cerco di sorridere al telefono, di essere sempre gentile, anche se a volte mi mortificano. Ho ricacciato indietro le lacrime e in alcuni giorni avuto gli occhi tristi, in altri, per fortuna, ho riso parecchio.
Ho fatto sogni strani, stranissimi.
Ne ricordo uno dove avevo un buco nel muro di casa e non i soldi per sistemarlo. E da quel buco vedevo l’appartamento dei vicini, ed era proprio dietro il loro camino. E io continuavo a dire che non li avevo i soldi per sistemarlo e che al momento ci avrei messo una tendina. Mi raccontavano che la ragazza prima di me aveva perso la caparra dell’appartamento per stupidaggine, tipo un frego nel muro che sarebbe bastata una pennellata di bianco e invece no, sputtantata la caparra senza aver avuto la possibilità di sistemare in altri modi. Freud, il conto in banca piange, lo so, non c’è bisogno che me lo ricordi anche di notte.
Un altro, un po’ più complesso, ero l’amante di un uomo sposato e, a parte giocarci con l’ Air Hockey da tavolo (era l’unico cui mi piaceva giocare quando verso i 17 anni si andava in sala giochi) a suon di 50 centesimi a partita, chi perdeva pagava per la rivincita, intanto mi diceva che si stava informando per lasciare la moglie ed era tutto un gran casino, la casa, i figli, il cane (sì, pure il cane), il conto corrente, etc., e alla fine la moglie la lasciava sì, ma mica per stare con me, per star da solo e con i suoi amici.
Mi ricordo di esserci rimasta male, poi, forse più per il dolce e lo spumante che comunque portava da lei ogni volta che la rivedeva, per dovere e anche non.
Freud, ci sarebbe da parlare un po’.
O di quel sogno in cui c’era una specie di banda che lanciava la cacca alle persone che persone che passavano. Che poi mica la lanciavano e basta, defecavano su pagine di quotidiani e poi le scagliavano tipo le torte in faccia come certi sketch comici di una volta. Io per fortuna, mi sono svegliata prima che mi beccassero. Però mi è rimasta impressa la faccia di quello che stava prendendo la mira per colpirmi, un misto tra un ex collega (antipatico) e un collega attuale (antipatico pure lui), e l’espressione che aveva, compiaciuta che non gli potessi scappare e già soddisfatta per il risultato che avrebbe di sicuro ottenuto.
Sì, occhei Freud, non sei solo tu ma anche la torta di carote e granella presa in tarda serata dopo la cena al vegetariano con C..
Insomma, sogni che sono stati un po’ come queste giornate, tutte più o meno un benemalemhbenebeninomalemalissimomhecchepalle. E ci stanno, eh. Solo che, come questi giorni, le salite col vento a favore non sono state troppo impegnative mentre le discese col vento contro, invece, più difficili. Non è bastato alzare i piedi dai pedali mentre attraversavo le pozzanghere in velocità, che i freni una volta bagnati non funzionavano più e allora mi è toccato strascicare i piedi a terra e frenare così.
Ai giorni di vento, non sono proprio ancora abituata del tutto, però imparo a conviverci ogni volta di più. In alcuni casi mi piacciono anche, spazzano le nubi, aprono il cielo, puliscono l’aria e si portano via pensieri brutti mentre in altri succede proprio il contrario e allora pazienza, passeranno. Per ora alzo ancora la sciarpa fino a coprire il naso, abbasso il berretto e alzo la musica nelle cuffie.

2004.01.29

Io me lo ricordo bene, il 29 gennaio del 2004.
Avevo un biglietto del treno, allora Eurostar (i ritardi sono sempre gli stessi del Frecciarossa) Bergamo – Roma, fermata alle 7.05 a Brescia con arrivo a Firenze alle 10.50 e qualcosa. Ora, forse tutto tutto non lo ricordo.
Mamma l’ho salutata a casa, dopo aver fatto colazione. Lei nella sua vestaglia e con le lacrime agli occhi. Mamma, nella sua vestaglia in ciniglia azzurra che ogni tanto aveva qualche macchia di caffellatte e che mi pare abbia ancora, non le macchie, la vestaglia.
Babbo mi ha portato in stazione con la sua Lancia Delta grigia, che io sono riuscita a guidare solo una volta, al matrimonio di mia sorella nel 2000 e che, ogni volta che mi portava o veniva a riprendere in stazione era sempre in gara con quelli accanto e quando scattava il verde pigiava sempre l’acceleratore per essere il primo a partire.
Faceva freddo (grazie al cazzo, era gennaio!) ed è rimasto con me sulla banchina ad aspettare il treno. L’ho abbracciato nemmeno troppo forte, quando è arrivato il treno, io e il mio babbo non so se ci siamo mai abbracciati forte, forse dovremmo cominciare.
Poi sono salita, col mio biglietto di sola andata in mano e il borsone pesantissimo. Ché qualcosa avevo già cominciato a portare e altre cose le avrei portate poi. Ho cercato il mio posto, mi sono accomodata, non c’era (forse) ancora l’iPod e il mio lettore di mp3 (Napster mi manchi) era il MuVo della Sony. Chissà cosa ascoltavo? Forse i Pearl Jam, probabile, avevo sempre in loop gli album Ten o Vs. mentre andavo al lavoro in bicicletta anche allora.
Ricordo di aver preso posto dopo aver controllato più volte che fosse il mio, come facevo sempre, di aver acceso acceso l’ mp3 e lasciato che il treno partisse, tempo zero stavo già piangendo, che io piango per tutto, si sa. Ricordo anche l’imbarazzo del controllore che mi ha vidimato il biglietto e quello dei pochi altri passeggeri. Ricordo che non riuscivo a smettere di piangere che non era un pianto disperato, no, però che avevo paura, quello sì.
Paura di una nuova vita perché anche se non ero sola un po’ ero spaventata. Paura di questa città diversa anche se mi piaceva già, paura del posto di lavoro diverso, senza i miei pochi amici da poter vedere più o meno quando volevo e senza la mia famiglia accanto che per quanto disparata è pur sempre una famiglia che mi vuole bene. Paura della convivenza, che io non ho mai studiato nemmeno fuori sede e forse avrei fatto meglio a farla quest’esperienza ma di studiare dopo il diploma non ne avevo voglia.
A Firenze, dopo poche ore dal mio arrivo, nevicò.
Nevicò tantissimo. Erano anni che non nevicava e soprattutto non nevicava così.
Ricordo le file di macchine per le strade, il traffico della neve e la gente che voleva arrivare a casa e che dal panico per la neve intasò tutto.
Ogni tanto smettevo di piangere, perché ero comunque contenta. E allora ridevo e mi godevo la neve, il caldo della macchina e la musica dalla radio intervallata dai tanti bollettini per il traffico.
Sono passati dodici anni dal mio trasferimento. Anche se mi sembra di aver quasi sempre vissuto più qui alla fine non sono nemmeno la metà della mia vita.
Dodici anni dodici in cui ho costruito, adattato, amato, odiato, ricostruito la mia vita che ancora definitiva non è, ci lavoro ogni giorno, a volte di più e a volte meno, a volte con soddisfazione altre per sopravvivenza che un modo per continuare lo si trova sempre, per fortuna.
Dodici anni dodici in cui ho conosciuto persone che sono poi andate via dalla mia vita, alcune con minimo impatto, altre con grande sofferenza e poche con sollievo. Quelle rimaste me le tengo strette, spesso le ho scelte, alcune sono capitate ma sono tutte a cui voglio un gran bene, che se anche ognuno ha la propria vita e non ci si vede spesso sono importanti per me. Mi hanno accompagnato, seguito, sostenuto senza chiedere nulla, vista piangere, ridere, raccolto i cocci più volte e gioito con me e per me. Persone che voglio ancora nella mia vita, che vorrei che restassero, alcune ci saranno mentre altre la vita magari mi allontanerà ma che resteranno sempre con me.
Dodici anni dodici. Che freddo che faceva. Eppure quando fa freddo basta coprirsi bene, mettere i guanti e alzare la sciarpa.
Oggi, anche se non fa troppo freddo, se non per nulla, mi sto per coprire bene, infilare le cuffie, alzare il volume della musica e prendere la Caterina per andare al lavoro, come negli ultimi mesi a questa parte.
Mi fanno un po’ strano questi anni. Però mi sono piaciuti, nel bene e nel male. E se anche ho ancora paura di quello che deve venire mi piace vivere qui, ora è questa casa mia.

Il giusto.

-Come stai?
-Bene. O meglio, il giusto.
-Il giusto?
-Il giusto. Punto.

Io ho sempre fatto più il giusto che altro. Non di più, non di meno, il giusto. Che non mi sembra nemmeno come dire il minimo indispensabile.
Non ho mai avuto incitamenti a impegnarmi molto, soprattutto dai miei genitori.
Ho fatto qualche sport da piccola, ginnastica artistica, hockey, pallavolo e pallacanestro ma non mi sono mai distinta. Non ho mai avuto grandi risultati e forse non mi sono mai nemmeno impegnata davvero a fondo, non sono mai stata competitiva neppure stimolata a fare meglio. E nemmeno ora, mi sono lasciata coinvolgere il giusto.
Ho fatto e faccio cose sempre senza eccellere.
E quando ho mollato, un po’ per noia è un po’ per incapacità, i miei mi hanno sempre assecondata, senza insistere, senza nemmeno chiedermi il perché.
A scuola è sempre bastato che mi impegnassi il giusto. Non importava che diventassi la prima della classe, bastava che studiassi e prendessi voti decenti. Decenti il giusto, visto il giusto interesse dimostrato, una carriera scolastica mediocre.
A volte sembrava che bastasse che mi facessi vedere anche solo a far finta di studiare. I voti buoni sono sempre stati un qualcosa di dovuto, le insufficiente non gravi un qualcosa di rimediabile, fortunatamente quasi mai una tragedia, ma nemmeno quelli buoni un merito, sempre un “è il tuo dovere”, mai un “brava” o un “continua così “.
Del lavoro, più per errore mio, mi è sempre importato il giusto. Nel senso che mi hanno insegnato il grande valore del lavoro e dell’averne uno facendo del mio meglio, ma io mi sono sempre accontentata di quel che ho trovato. Puntuale, precisa perché responsabilizzata appalla, ma mai il “lavoro della vita” (ma esiste?), nemmeno quello per cui ho studiato, non lavori in cui si potesse avanzare di livello o tantomeno migliorare il proprio livello. Quindi anche qui, nonostante sia diverso, un lavoro giusto, in cui sì impegnarsi, ma con pochi patemi.
E ora succede che se mi chiedono come sto, mi verrebbe da rispondere “il giusto”.
Che non sto troppo bene ma nemmeno male. Ho un lavoro non soddisfacente ma c’è e che ora mi tengo stretto, esco poco, se non per nulla, non faccio cose e il più delle volte se le faccio non sono entusiasmanti e a volte nemmeno vedo gente ma va bene così.
Ogni tanto vado a correre ma non sono sempre costante. Ogni tanto riesco a raggiungere i 10 k ma non sempre, e quando ce la faccio non mi spingo mai più in là. Mi accontento, mi piace anche meno del giusto correre.
E anche se va meglio il “come stai?” è la domanda che mi mette più in crisi. Quella che potrebbe dare il via a tante altre alle quali non avrei nemmeno voglia di rispondere.
E “il giusto” mi sembra una buona domanda per evitare inutili o non grazie argomentazioni.

-Ti diverti?
-Il giusto.

-Hai ripreso a dormire?
-Il giusto.

-Mangi abbastanza?
-Il giusto.

-Stai bene?
-Il giusto.

Una vita mediocre insomma, con gli alti e i bassi giusti che possono avere tutti. Mi impegno il giusto insomma. E come a scuola avrei le capacità (le abbiamo tutti) ma non mi applico faccio il giusto insomma.